HO BISOGNO DI SILENZIO

“Ho bisogno di silenzio” di Angelica Consoli a cura di Antonella Bosio – testo di Mauro Valsecchi _progetto espositivo “una Torre per l’Arte” ed. 2022


Campana mattutina: il cielo non è più completamente buio, nell’alba astronomica le stelle meno luminose cominciano a sparire, inizia il primo chiarore. Una melodia modulare ovattata cade sui tetti delle case come acqua, scivola tra le vie, tracima nelle piazze. C’è chi è già sveglio, chi schiude gli occhi e chi ha difficoltà a riemergere.


Qualche anno fa mi hanno raccontato che un insegnante di una scuola elementare era solito scrivere le lettere dell’alfabeto con il miele su di una lavagnetta, poi le faceva leccare ai bambini perché, così facendo, essi associassero il sapore di conoscere a qualcosa di dolce e gradevole. “Ho bisogno di silenzio” è il titolo della mostra dell’artista Angelica Consoli; anche lei, con le sue opere, ha trovato un modo sensoriale per insegnare qualcosa: la preziosità nascosta negli oggetti dimenticati, il legame estatico con una natura quotidiana, la necessità di sospendere un tempo sincopato, il sogno di ascoltare la voce dello spazio che ci circonda.


Campana del mezzogiorno: il sole raggiunge il suo apice massimo nel cielo, dodici rintocchi austeri e frugali rallentano il fare brulicante delle persone. Il suono maestro si dirada lasciando risonanza a tintinni di vetro su vetro e sfregamenti avidi di metallo su porcellana.


La ricerca artistica di Angelica Consoli inizia con l’incontro, non si tratta propriamente di un faccia a faccia con un’altra persona, ma coi lasciti che ognuno accumula durante la sua vita, delle emanazioni di presenza: gli oggetti. Affascinata da una moltitudine di oggetti li raccoglie e utilizza: da quelli d’uso privato, liturgico, contemplativo, a quelli grezzi, duri, pratici e feriali; ma è importante che tutti mostrino sulla loro forma i segni del tempo. Molti di questi vengono presi da un vissuto personale, come vecchie foto di famiglia dove sono impressionati ritratti di avi che lei non ha mai conosciuto ma sente comunque vicini; medaglie votive, spille, bottoni, fili, libricini che si nascondono in portagioie e cassetti di casa. Altri oggetti, come quelli che vedete tra le mura della Torre, sono veri e propri attrezzi da lavoro, desueti al punto da essere astratti: metallo modellato a recipiente, ramaglie intrecciate a forma conica, tavolette di legno incastonate con irti gruppi di fili scarmigliati. Angelica vuole mostrare la bellezza del ricordo racchiuso in tutte queste forme. Infatti le opere “Cor” e “Lavoro, quindi sono” si possono vedere a tutti gli effetti come installazioni di oggetti, cose: sedie, tovaglie, bidoncini, gerle, spazzole, dove l’intervento artistico è minimo: un accostamento, una sovrapposizione, quel tanto che li rende ancora comprensibili allo sguardo umano ma nello stesso momento trasfigurati da oggettistica in oggetti sentimentali.


Campana legata: l’apparenza è quella dell’oblio; invece l’invito deferente è alla commemorazione solenne. Le funi strette attorno al bronzo lamentano una resistenza al cinetìsmo.


Un punto cardine della poetica di Angelica Consoli è l’uso della paraffina e della cera d’api vergine per dare forma alle sue opere. Il primo passo verso questo utilizzo materico è stato per rendere più tridimensionale la sua tecnica pittorica. Il secondo passo è stato compiuto quando la paraffina è diventata scultorea, inglobando colori e oggetti di varia natura. Il terzo passo è stato una presa di coscienza, una scelta etica ed ecologica, quella di produrre con l’allevamento di api in arnie la cera d’api vergine. Ad oggi l’utilizzo di paraffina e cera d’api vergine prosegue il cammino parallelamente. Questo poiché la paraffina è un una miscela di idrocarburi ricavata dal petrolio, di facile reperibilità e quindi quantità, utile ad Angelica per creare opere di mole maggiore; inoltre si presenta come una massa cerosa, biancastra, semitrasparente dove i colori possono esaltare di tonalità e gli oggetti possono restare nascosti in piena vista. Invece la cera d’api vergine è naturale, secreta dalle api in forma di sottili scaglie, perciò per avere un panetto di cera ci vuole molto tempo, nonché tanta fatica e lavoro che questi insetti, curati da Angelica, fanno quotidianamente per costruire le celle del favo. In questo caso oltre al magico colore che tende dal giallognolo al brunastro, a seconda della purezza e del tipo di fiore raccolto, gli oggetti incastonati emanano un aroma di miele; una componente sensoriale, quella olfattiva, che l’artista tiene in alta considerazione parlando di ricordi, memoria e affezioni.


Campana a martello: spietato, stridente e profano è l’urlo ferroso che si fa carico dell’imminente minaccia: è un nubifragio, è un incendio, è un sisma, è un bombardamento, è tutto insieme. Una maledizione che solo l’urlo ferroso e scaramantico può scacciare.


Nei titoli delle opere esposte in Torre “Segreti, speranze e pentimenti”, “Storie di esistenze passate” ma anche in altre produzioni intitolate “Serie degli Ex-Voto” e quelle nominate senza un titolo determinato come “i rosari”, si comprende quanto la dimensione del tempo sospeso è nei pensieri di Angelica Consoli. Il suo lavoro lo si potrebbe definire del tempo e della storia senza la T e la S maiuscola, perché l’artista non va a scomodare i pesanti libri di Storia per trovare soggetti d’interesse, ma si fa archeologa di piccoli eventi quotidiani: riesuma i brevi momenti che compongono una vita qualsiasi, eventi e fenomeni persistenti come la forma delle nuvole ma di una preziosità esemplare. Non va a scovare le forzature dell’attualità: l’innovativo, la moda, notizie di cronaca per raccontarci le sue proiezioni mentali, lei preferisce un’altra dimensione: quella rediviva. Questa è una controtendenza al credo esistenziale odierno che si riassume nella locuzione latina Hic et nunc (Qui e ora), poiché le opere di Angelica ci dicono che la vita è avvenire e passato, la vita non è mai presente: nell’accezione di rimozione del nuovo come assoluto che toglie di mezzo il “sorpassato”; donando sentimento a ciò che è scomparso prima che sia riassorbito nel nichilismo e nella vistosità dello spettacolare. Tuttavia la sospensione non è solo nel tempo e nella storia, la sospensione è anche la potenza che riposa nelle cose, sempre pronta ad affiorare; in questo stato di riposo non c’è urgenza di espansione verso l’esterno, né schiacciamento verso l’interno. Ne deriva una stasi apparente, come quando si osserva da fuori un alveare. Guardando indietro e vivendo in avanti le opere di Angelica Consoli esplicitano ciò che è tenuto in riserva, ovvero nel riserbo, come un sussurro, un oggetto perduto, un materiale graduale, un racconto narrato da uno sconosciuto.


Campana celebrativa: si torna a respirare, fai visita ai parenti, a conviviare coi vicini di casa, ti vezzeggi con la persona amata, a crogiolarsi nell’affetto dei propri animali domestici. Questo è inconsueto nella quotidianità, ma c’è qualcosa che carica l’aria di esuberanza, non si vede ma ricopre tutto. Senza indugio indagatorio lascatevi danzare.


Le opere che fanno parte della “Serie degli Ex-Voto” prendono varie forme: alcune sono delle semisfere lattiginose dove s’intravede affiorare medagliette metalliche col volto della Vergine Maria circondate da macchie di colore giallo intenso e rosso vermiglione, è lo zafferano sparso nella paraffina prima della solidificazione; altre forme sono una serie di globuli di cera bruna, gialla, verde e blu tenute insieme da un filo, dove si alternano dischetti forati e dischetti con foto in bianco e nero di gente che non vive più il nostro tempo. A queste ultime composizioni, Angelica, ha dato a il nome di “rosari”, ma guardando con attenzione si può capire che il nome è solo un richiamo, qualcosa che ci aiuta a elaborare un’immagine simbolica, un riferimento, poiché la nostra mente lavora per analogie e fa più comprensibili le cose già introiettate, che ci hanno insegnato a riconoscere. Ma la natura dell’universo non si risolve in un “talismanico segreto” che spiega tutto quello che c’è da sapere, il linguaggio con cui si manifesta l’insondabile immanenza delle cose è il loro silenzio, la sospensione d’ogni risposta. Il silenzio è “la divina cosa senza nome”, come scriveva Herman Melville, da cui è assurdo aspettarsi un segno traducibile in parole, come voler cavare acqua da una pietra. Il silenzio dell’artista, in questo caso, è l’idea di qualcosa che sfugge al clamore dei grandi gesti e si annida nei fenomeni inclassificabili o nella singolarità d’una maniera d’essere. Perciò le opere non hanno un rimando occulto o esoterico da svelare, non c’è il segreto da cogliere al di là delle apparenze, ma apprendimento della condizione assoluta delle cose esistenti, così come colpiscono l’occhio di chi non teme di guardarle. Per Angelica si potrebbe definire un richiamo prioritario, perché dipende dalla sua maniera d’essere, che agisce come un trasporto amoroso, portandola a realizzare opere e installazioni per una necessità assoluta. Il silenzio è insieme la cosa più innocua e più tremenda che vi sia in natura, infatti “Ho bisogno di silenzio” non è un’espressione imperativa, una frase urlata; anzi, è un’esigenza che non sta in questa o quella cosa da dire, ma nel poco o niente da dire. Difatti i luoghi stessi che ospitano le opere di Angelica Consoli, come a chiudere un cerchio di rimandi, sono spesso chiese sconsacrate, antichi oratori, monasteri: ambienti disadorni, essenziali, silenziosi, e come gli eremiti o i santi s’esprimono solo con bisbigli sommessi. Per cui non c’è niente da dire nel momento in cui spazio e opera ci avvolgono, guardano e parlano con una vocalità appena percettibile.


Campana crepuscolare: ora l’unica luce è quella artificiale. Un sibilo scheggia la penombra; arriva da lontano. Il sibilo è un rintocco, ogni rintocco è un brivido, qualsivoglia brivido è un presagio: chissà se arriverà la notte o una moltitudine di notti. I merli imperturbabili continuano coi richiami gergali ma i suoni sono amplificati perché il silenzio si alza come bruma dai campi.


Adesso chiudo la mano a pugno, porto il dito indice a coprire la bocca, sibilo uno: “shhhh” a chi sta visitando la Torre…Non è un ammonimento, è un invito: affinate l’orecchio, cercatelo, dovunque, tra gli scuri semichiusi delle finestre, le ripide discese, i gradini lubrici, le travi ostili, dietro gli angoli, davanti alle opere allestite, vicino agli oggetti d’uso pratico e fantastico, dentro la cera d’api vi accadrà di scorgere, di fermare il passo stremato, dovunque, vi sembrerà, vi direte, dovunque regna un assoluto, mai discontinuo bisogno di silenzio.


Mauro Valsecchi

“Spazzole” 2022
“dalla finestra _del vecchio studio_” 2022
“Rosari _ex voto_” installazione ambientale 2022

ASSENZA

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Speravo di avere più tempo, avevo bisogno di più tempo.

Tempo; mai come in queste occasioni ci si rende conto del valore che ha il tempo.

Tempo speso a formarsi, tempo dedicato a costruire la persona che saremo su questa terra, tempo d’amore e di delusione. Tempo perso, tempo dedicato a ricorrere sogni e ad alimentare speranze. Avremmo dovuto dedicare più tempo a tutte quelle cose che sono rimaste chiuse in fondo al cassetto.

Ora che il tempo è terminato chi lo aprirà al posto tuo saprà leggere tutte le note e gli appunti che hanno alimentato i sogni che vi hai racchiuso? Oppure, rovescerà distratto tutto in una scatola nel vago tentativo di cancellare il dolore donato dall’assenza?

Mi voglio prendere ancora un po’ di tempo, prima di lasciarti andare; ho bisogno di crogiolarmi nell’assenza che prelude al vuoto della mancanza.

Proverò poi, con il tempo, a riempire quel vuoto di ricordi condivisi.

Forse così, fra un po’ di tempo, tutti i miei confusi sentimenti troveranno ordine e pace.

(a Vivi)

SE QUESTO É UN UOMO

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

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Non riusciamo ad imparare dalla storia.

Dimentichiamo la storia

Perpetriamo gli orrori della storia

Sembriamo votati all’autodistruzione, destinati a distruggerci.

Viviamo un mondo distopico che, mentre si impegna a salvare vite, a trovare cure formare personale competente strutture all’avanguardia costruisce armi e bunker, crea eserciti destinati ad alienare la vita. Ci impegnano restare in salute, ma le guerre ci circondano. Guerre di orgoglio nazionale, guerre di religione, guerre ideologiche o di interesse economico mettono in gioco la nostra vita.

A.B.

LA CURA

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Oggi a casa tua è arrivato un borsone indiscreto, direi sfacciato oltre che indelicato. Il suo colore, arancio evidenziatore, ricorda un kit da manutentore poi la scritta a caratteri cubitali “MEDICAL BAG” non lascia ulteriore margine all’immaginazione.

Sei a casa e riposi. Riposi da tutto, il libro sul letto che non riesci a leggere, le tele a portata di mano ma non hai voglia di alzarti, usi le forze con parsimonia cercando di interpretare i nuovi segnali che giungono dal tuo corpo. Anche rispondere al telefono o leggere e rispondere ai messaggi fai in modo selettivo.

Da sani abbiamo una visione della malattia che è inconsapevole. Interpretiamo la malattia come periodo da dedicare al riposo, non lo immaginiamo quasi mai come un periodo invalidante e di sospensione delle attività che amiamo.

Quante volte abbiamo rimandato la lettura di quel libro; lo leggerò ora che sono costretta a letto e devo riposarmi, ma hai così tanta stanchezza da smaltire ora. Pensare che il periodo di malattia possa essere utile a dipingere, ma ti alzi dal letto solo per fare pochissimi passi.

“Avrai tempo per riposare quando sei malata” è una frase orribile. Quello della malattia non è riposo, ma uno stato di economia energetica vitale, impedisce di fare qualsiasi attività che possa essere considerata anche in parte utile ad un riposo rigenerante.

Anche le malattie da poco conto non possono essere compatibili con il riposo. Chi può davvero riposare se febbricitante o con il mal di testa? Che riposo può essere quello di chi è costretto a letto dall’influenza o quando stai male anche solo per un’indigestione.

Dobbiamo imparare a godere del riposo, non aspettare che il nostro fisico arrivi al limite, leggiamo oggi quel libro che ci aspetta sul comodino, un capitolo alla volta. Telefoniamo a chi ci manca o dedichiamoci a fare insieme una breve passeggiata ora che le energie non ci mancano, dipingiamo o impastiamo quel blocco di fango, creiamo qualcosa che ci tenga uniti al nostro essere interiore, per non perderci senza più opportunità di ritrovarci.

A.B.

Terapia

PLASMATI DAL FANGO

i_diari_del_fango

Plasmati dal fango al fango ritorneremo, questo è un comune destino. Le differenze le facciamo durante questo breve percorso che chiamiamo vita.

Possiamo camminare e lasciare le nostre impronte nitide o appena accennate sul suolo, differenti nella forma e dimensione, ognuno di noi veste le proprie scarpe. Se sarà un piacere per gli altri incontrarle durante il proprio cammino dipenderà da tanti fattori, molti saranno fuori dal nostro controllo, fortuite combinazioni che ci avvicinano agli altri, o dagli altri ci allontanano.

Solo una scelta è in mano nostra, solo sulla qualità dell’impronta che lasciamo noi possiamo intervenire, se trattiamo ogni passo con la consapevolezza del segno che lascia abbiamo la possibilità di costruire un percorso che molti altri ameranno condividere con noi o ripercorrere per noi.

Ogni tanto guardiamoci alle spalle e fermiamoci ad osservare le impronte che lasciamo, non per indugiare alla malinconia o al rimpianto, tantomeno al rimorso, ma solo per renderci consapevoli e, se ne siamo in grado, migliorarci.

A.https://antonellabosio.webstarts.com/B

i_diari_del_fango

i_diari_del_fango 2022

progetto di Antonella Bosio per MAF MuseoAcquaFranca

“I diari del fango” nasce e si sviluppa come un percorso, un viaggio ma anche un racconto contemporaneo. C’è amicizia e sofferenza, condivisione di momenti e l’avvicinarsi consapevole al necessario distacco. C’è affetto e stima tra due persone che hanno condiviso una parte di questo viaggio che è la vita.

Intorno c’è il mondo che vive le sue contraddizioni, c’è la crisi climatica, le guerre; ci sono anche progetti, a volte inespressi o mai realizzati, altri in corso, ci sono sogni che verranno interrotti e un mondo bellissimo da esplorare e di cui godere.

In questo racconto il fango è uno strumento, il filo conduttore, strumento e oggetto di condivisione di alcuni momenti, ma anche testimone di un tempo sospeso, tempo di attesa e tempo interrotto.

Amicizia che nasce dall’acqua, allenatrice di nuoto una, atleta e madre di atleti l’altra, continua il racconto con il fango, la terra cruda, dove entrambe hanno trovato nuove occasioni di tempo condiviso.

La malattia toglie le forze e prendere tra le mani quel pezzo di fango è diventato impossibile, passando nel suo laboratorio, osservo il materiale inutilizzato, un luogo che sospeso aspetta le forze a sostenerlo.

Documentare questo percorso, questa amicizia legata dal fango, con questo progetto, foto, qualche video, testimonianze di un momento di vita e di fango, perché noi, esseri plasmati dal fango, al fango ritorneremo.

Un viaggio difficile da affrontare, un viaggio consapevole che ,“i giorni del fango”, i giorni difficili e appesantiti dagli eventi, fanno parte della vita ed è nostra facoltà cercare di renderli giorni vitali e pregni di significato.

Ho, per questo progetto, aperto una pagina Instagram, @i_diari_del_fango

Su questa pagina saranno caricati i contributi che man mano che riuscirò a realizzare.

La condivisione al pubblico sarà attraverso dei QR-code che, stampati su schede raccolte in una scatola, potranno essere consultati separatamente, una ad una dal proprio cellulare. Riportare il progetto, se pur pubblico ad una dimensione privata e intima mi sembrava molto importante.

Non intendo rivelare parti di vita privata o l’identità delle persone coinvolte, chiunque potrebbe identificarsi in un simile percorso di riflessione sulla vita, l’amicizia è le relazioni con il mondo che ci circonda.

È un progetto sperimentale, ne ho progettato il percorso, non sono in grado di prevederne il risultato ne il punto di arrivo, per ora.

Potrebbe essere un progetto aperto che mano a mano si arricchisca di nuovi contributi, oppure potrebbe spegnersi con il dolore della perdita.

A.B.

terra cruda 2022

RISPETTO

Avere a che fare con le persone ti espone alle loro debolezze.

Le persone forti e consapevoli non hanno bisogno di essere meschine o scorrette, ne di essere prepotenti o presuntuose.

Ogni volta che ci scontriamo con persone che esibiscono una o più di queste caratteristiche, sappiamo di correre il rischio di cedere alle regole del loro gioco.

Mantenere rispetto per se stessi e coerenza con le proprie convinzioni è compito a noi affidato. Saremo costantemente sottoposti sl tentativo di riportare le regole a svantaggio della nostra autostima.

Cerchiamo di ricordare sempre il valore che ci rappresenta.

Mi spetta molto di più di una, se pur buona, bottiglia di vino, mi aspetto di essere accolta e ascoltata; di essere rispettata.

dedicato a chi pensa che il suo tempo sia più importante del mio

A.B.

BORGO CONTEMPORANEO

BORGO CONTEMPORANEO – III edizione –

16 & 17 ottobre 2021 dalle 10.00 alle 18.00

Borgo di Castellaro Lagusello (mn)

La vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. (Jeane Debuffet)

A Castellaro Lagusello ritorna “Borgo Contemporaneo”, il progetto conclusivo della stagione espositiva di “una Torre per l’Arte”

Lo scorso anno, la rinnovata chiusura dei luoghi dell’arte, ha impedito lo svolgersi di quella che è da sempre la manifestazione conclusiva della stagione espositiva riservata all’arte contemporanea. Il progetto era già pronto così come le installazioni dedicate a questo evento, ma si è dovuto rinunciare alla manifestazione in presenza, si è optato per divulgazioni del progetto alternative, tali da adattarsi ad una diffusione attraverso i portali web ed eventi on line. Finalmente quest’anno sarà di nuovo possibile riproporre questa manifestazione nella sua formula originale, torneranno le installazioni diffuse, all’aperto, tre le vie del borgo di Castellaro Lagusello e negli spazi privati resi disponibili per l’evento.

Due saranno i progetti collettivi principali, ricchi di valenza e significati legati alle recenti emozioni collettive vissute. 

“Piano Emotivo”,  progetto di Antonella Bosio sviluppato con il contributo degli artisti Francesco  Amadori, Pierluigi Cottarelli, Carmen Rosa Luzzardi, Liala Polato, Paolo Puddu e Moira Linda Toussaint. Questo progetto avrebbe dovuto essere esposto già nell’edizione 2020 poi annullata, si tratta di un’installazione collettiva, racconta dello spazio vissuto, attraverso i concetti di distanziamento fisico, auto isolamento e di limitazione e costrizione negli spazi domestici, questo attraverso le piastrelle del pavimento che abbiamo vissuto, calpestato in tutte le nostre case.

Diversi gli artisti che hanno contribuito, raccontando emozioni e portando, dentro lo spazio collettivo del borgo, una porzione del loro spazio privato, fissato sulle piastrelle che provengono dalle loro case o dai loro atelier. 

Insieme agli Artisti il contributo di bambini e ragazzi, con le piastrelle da loro realizzate appositamente per questa installazione.

“Intrecci come abbracci” di Ornella Bonomi, racconta della necessità di tornare a condividere emozioni e sentimenti. Sebbene ancora limitati in questa condivisione degli spazi, possiamo ritrovare e ricostruire la vicinanza lavorando insieme per un progetto comune. I disegni di tutti, bambini, adulti e artisti, anche quelli raccolti durante l’evento Festival Disegno 2021 Fabriano, saranno uniti, attraverso l’intreccio della carta precedentemente disegnata, per  realizzare un’installazione che ci spiega com’è possibile essere così vicini, intrecciati nonostante il necessario distanziamento, abbracciati virtualmente l’un l’altro. 

Oltre a queste citate, tante altre opere e installazioni degli artisti Michele Avigo, Patrizia Benvenuto, Francesco Cogoni, Marco Onorio e Veronique Pozzi Painè.

L’inaugurazione è prevista alle ore 14.30 di sabato 16 ottobre con la prima proiezione del video documento “Frammenti d’Artista” realizzato da Fabio Avigo, il racconto del secondo lockdown attraverso interviste ad artisti e alla critica d’arte Benedetta Salvi, a seguire un breve dibattito tra artisti e il pubblico sui temi dell’arte contemporanea.

Per una migliore fruizione da parte di tutti, ad ogni installazione sarà affiancato un QR_code leggibile attraverso gli smartphone, permetterà di avere informazioni aggiuntive riguardo il lavoro svolto in atelier.

L’evento, come gli altri realizzati in questo contesto, è realizzato in collaborazione con il comune di Monzambano e Fondazione città di Monzambano.

Antonella Bosio

STRATIFICAZIONI DI VISIONI

di Mauro Valsecchi

– testi critici a confronto –

Lo Scorpione deve attraversare un torrente. L’acqua è alta. Chiede alla Rana di trasportarlo. La Rana risponde: “sei matto? Mi pungeresti e io morirei”, ma lo Scorpione risponde: “se ti pungo moriamo entrambi, io non so nuotare”. La rana si fida e lo fa salire. Inizia a nuotare. A metà del torrente sente un pizzico sulla schiena e prima di affogare si gira verso lo Scorpione: “perché lo hai fatto?”. “Non posso farci niente – risponde lo Scorpione – è la mia natura”.

(Orson Welles)

Una partitura di segni non coincidenti: armonie pronte a manifestarsi in pienezze e dissonanze seducenti, svelando il potenziale inscritto nell’istinto del tracciare. Strati di segni, premonizioni di sogni, pensieri che si riverberano nel passato, armonie che risuonano sulla superficie di onde semantiche. Ermetiche ed orgogliose, erratichereverie ad occhi aperti. 

Un modo di rivolgersi all’assente, di farlo apparire, di lottare contro la sparizione nella fuggevole avventura dei giorni. Frammenti instabili, inquieti e zampillanti, vacillanti tra composizione e de-costruzione. Linee di erranza, traiettorie, congiunzioni, dissezioni di segni in una cartografia della dissoluzione analitica di tracce tremanti e vibranti in una risonanza musicale. Segni interrotti, impigliati in altri segni, frammenti instabili in un intreccio di rapporti e configurazioni decentrate e prive di costruzione gerarchica in una variazione continua di orientamento dove il centro è dappertutto e in nessun luogo. Inondati dall’impazienza di segni transitori, mobili e liberi, legati da leggi misteriose, continuare a oltrepassarsi l’un l’altro senza mai incontrarsi, mescolando, enigmi alla ricerca di nomi smarriti pronti a ricongiungersi in una identità non identica, tra memorie riemergenti, dispersi nell’incertezza, senza riuscire a distinguere il ricordo dalla nostalgia. la memoria si presenta nella forma di ri-trascrizione, ripetizione differente, creazione fondata sul sovra-incidere, stratificando tessiture di segni dove l’identità si riconosce secondo una scansione ritmata da un dispositivo di iterazione fondante.

Oltre il confine: tutto ruota, oscilla, scorre, si deposita, sfuma, si sovrappone nelle gradazioni, sommerge i punti fermi, gli accenti, le linee più scure, le tessiture preesistenti e la complessità di ogni ombra vibra vestendo di ambiguità il velo con cui far apparire fantasmi privati attraverso un gioco di reticenze eloquenti. 

Sostando presso tracce di sospensione, pause di contemplazione tra segni inafferrabili. Oltre qualsiasi intenzione ma convergenti in improvvisi punti di condensazione. Simulacri di mondi indecisi tra segrete ossessioni, risvegliati oltre il sonno dell’attenzione, sotto la pressione della ripetizione. Pulsioni mai definitivamente spente, mentre il tempo si ripiega su se stesso galleggiando senza peso nella progressiva rarefazione.

Anticorpi contro l’uniformità avvolgente stesa sulla possibilità di firmare il proprio passaggio oltre il perdersi del senso, oltre il perforarsi del tempo. La sensazione che tutto sia troppo breve spinge a trattenersi presso tracce, segni come archetipi che ci oltrepassano per durare più a lungo. Campi di tensioni che lasciano risuonare sulla tela l’eccitazione del sistema nervoso in grado di disporsi in una attenzione fluttuante.

La linea non assomiglia al visibile, ma lo rende percepibile come mistero perché tracciare significa aprire il foglio della superficie alla ricerca di un incerto equilibrio tra pericolo e salvezza. L’apparizione del segno dipende dal grado di resistenza, di opposizione del foglio. Il disegno in fondo serve a riconoscere e forse conciliare l’apparente contraddizione tra presenza ed assenza. Il peso di una riga prima di dissolversi nell’indistinto procede nel distacco tra scie evanescenti affondate nel bianco. Basta lasciarsi invadere da ostinate presenze somatizzate su superfici reattive ad alta sensibilità. E’ una forma di devozione, una pratica dell’attenzione che acuisce la percezione di perdita inscritta nell’origine, come un codice criptato, inaccessibile ma irrinunciabile.

Scritture e sottotesti sottotraccia intrappolate nella ragnatela del segni, un labirinto di indicazioni utili a perdersi per ritrovarsi col nome sbagliato. Lo stile nel disegno è un inafferrabile movimento, uno stile di vita, un luogo psicologico, uno stato di coscienza. Il segno è lo stimolo, non l’immagine, capace innescare aspettative, di orientare direzioni delle sguardo. L’indizio si sofferma ad un passo dalla soluzione, pone domande, non cerca risposte, solamente chiede di essere interpretato.

Una configurazione di forze visive espansione di aggregazioni spontanee, eteree e imperturbabili, quasi inafferrabili, tra dissolvenze, sovra-impressioni, sopravvivenze che slittando in nuove direzioni addizionando differenze. Indifferente l’enigma della provenienza vaga nell’assenza dentro e fuori i margini dei segni, mentre la scrittura si perde nel geroglifico come in una oscura profezia. Solo una mente tersa, attraversata da un caso organizzato, può sostare presso la confusione dei segni al riparo dallo smarrimento. Interconnessioni nel risuonare di simboli nell’incommensurabile differenza significante. 

Oltre la versione letterale delle storie, nulla rimane familiare e l’inconsueto si manifesta dove i segni sembrano riconoscibili eppure già perdutamente diversi. Sofisticati accenni alla realtà, aperture improvvise su universi appartati, attraversando mondi possibili, seguendo impulsi transitori e legami sottesi tra piani contigui e permeabili. Tracce di interpolazioni e cancellazioni tra manoscritti di antiche dottrine perdute nei laboratori del dubbio, ritirate ai margini della leggibilità, confinate dentro camere di contemplazione, tra reticenze e segreti per sempre murati.

Accumulando distanza, raccogliendo vicinanza, attendendo il risalire di maree che lentamente dilagano. Così gesti nati impulsivi e impregnati di vita, approdano sull’immagine solo dopo una meditata depurazione. Un’ecografia che lascia apparire il disporsi di vettori, di campi di forza, rendendo intelligibile non tanto la figura, quanto lo scheletro semiotico essenziale.

Vibrazioni di menti in fuga già pronte ad oltrepassare il proprio alfabeto muto di gesti dove la vera intenzione si tradisce attraverso la collisione dei segni, dove il senso autentico si scopre inseguendo le migrazioni incessanti di pensieri già affondati nei ricordi.

testo critico di

Vittorio Raschetti

“In controluce: la distanza dal mondo”Descrizione:
Serie di disegni stampati su blocco in cornice acrilica. Nove in totale di dimensioni varie (20×15 cm, 10x10cm, 15x10cm). 2021.
“Il Raccolto – frammenti”Descrizione:
Installazione site-specific. 2021.

Il tempo è perduto….o forse no. A volte il passato emerge, soggettivo, intimo, è un ricordo che arriva senza controllo, e con il ciclone dell’ingenuità sconvolge. La coscienza stessa si emoziona, poi, arriva l’intelletto che porta alla consapevolezza di quell’attimo speciale, a volte una frazione di secondo che sembra un’apparizione.

Come Proust scriveva in “Dalla parte di Swann”: la madeleine bagnata nella tazza di tè al tiglio, rende visibile un ricordo inaccessibile che si mostra con prepotenza: “Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? […] Da dove veniva? che senso aveva? dove fermarla?”.

La risposta è semplice (se così si può indicare) per Mauro, una serie di taccuini, in cui fissa come una sorta di camera delle meraviglie ma visiva, tutte le immagini che si sviluppano nella sua mente, senza ordine preciso o tema. Una sorta di archivio da dove piano piano estrarre un seme da sviluppare per renderlo un’opera concreta. Sono talmente preziosi questi taccuini che l’artista li fa rilegare a mano, dopo essersi personalmente scelto la tipologia di carta e il formato. A mio parere già questo lavoro è arte, ma non per il nostro severo artista.

La carta o il supporto sono fondamentali parti dell’opera quando lavori con la polvere di pigmento come fa Mauro, un grano più spesso, un formato più piccolo sono modi di esprimersi. Principalmente preferisce dare attenzione alle piccole cose, ad esempio ai fiori semplici e non quelli appariscenti, o alle persone con gli occhi chiusi e non aperti.

La sua tecnica nonostante usi l’arte visiva ha un ricordo del lavoro scultoreo nel gesto di togliere, ma anche in quello di sommare, per costruire: ecco i suoi accumoli. Lo stesso modo che ha nel vivere la torre di Castellaro Lagusello. Non la legge in verticale ma ama il piano orizzontale dei vari soppalchi e pianerottoli come primo spazio di lavoro in grado di rendere un puro collegamento con le opere. I materiali, diversi ed eterogenei arricchiscono la percezione. Senza considerare il fatto che l’ambiente esterno interagendo con le opere apporta delle modifiche a volte anche cancellando questa memoria, ri-seppellendo il ricordo che diventano “Accumuli”, o “Stratificazioni di visioni”.

Le opere realizzate per la torre e pensate per questa mostra sono: “L’abito del custode” la muta di uno scorpione; “Stratificazioni di visioni”; “Nebulosa lontananza” e “Nebulosa vicinanza” e “In controluce: la distanza dal mondo”.

Altre opere non sono state create apposta ma inserite degnamente all’interno del progetto.

State tranquilli se a volte non riuscite a leggere e mettere a fuoco l’immagine e vi sembra tutto un po’ confuso, offuscato : è voluto siete sulla strada giusta.

Testo critico di 

Benedetta Antonia Salvi

Storica e Critica d’arte

“Stratificazioni di visioni”
Descrizione:
Serie di quattro disegni. Polvere di pigmento su legno. Dimensione: 30×30 cm ogni disegno. 2021.
Stratificazioni di visioni 2021 /II
Stratificazioni di visioni 2021 /III

stratificazioni di visioni

Mauro Valsecchi

– progetto espositivo –

@una_torre_per_l_arte 2021

Un abitante misterioso, riservato, attento, è il custode di questo luogo; lo scorpione, ci farà da guida in un percorso che parla di memoria, dei dettagli e delle esperienze che la memoria costruiscono.

Durante il tempo necessario a compiere la sua muta, lo scorpione, accompagna e conduce il visitatore in un viaggio spazio temporale, attraverso la percezione dell’immagine, un’immagine che, percepita decomposta e stratificata dalla nostra mente, piccole parti, è tutto quello che resta di ciò che osserviamo, sono frazioni che ci permettono comunque la ricostruzione del ricordo, attraverso e grazie all’esperienza emotiva che ogni singolo frammento in sé conserva.

Tempestati e sollecitati da informazioni, visive e sonore, non siamo abituati a soffermarci sul processo di stratificazione che costruisce i ricordi che custodiamo, non facciamo caso a quali porzioni o quali dettagli, a volte insignificanti, parziali e scombinati all’apparenza, fissiamo nella mente, spesso riposti in modo disordinato e caotico; eppure quando vengono riuniti e ricomposti nel ricordo, quasi lucidamente riprendono vita sotto forma di emozione.

Lo spazio temporale del racconto segue il ritmo della muta di questo atipico custode, lo scorpione, mentre racconta lo scorrere del tempo e si spoglia del suo vecchio abito, ci spiega come strati del ricordo, esattamente come succede nelle sovrapposizioni subite dai luoghi dal passaggio della storia, eventi che si fondono in un racconto complessivo, che include e quasi ingloba i livelli della percezione del singolo frammento, permettendo la costruzione di qualcosa di nuovo, rigenerato pur restando testimone inclusivo della sovrapposizione, stratificata delle singole esperienze.

Questo concetto è molto bene rappresenta attraverso il normale metodo di lavoro che conduce Mauro Valsecchi alla realizzazione di ogni suo processo creativo.

Decine di taccuini raccolgono le quotidiane emozioni ed esperienze, pensieri scritti, frammenti di visioni sotto forma di disegni, note e riflessioni, un racconto che assume significato solo attraverso una lettura globale e completa, i taccuini e l’opera, nel loro insieme, sono una conseguenza l’una degli altri. 

“Accumuli” è questo, la proposta di lettura di un percorso, di un processo progettuale e creativo, che parte dallo stimolo della percezione e, attraverso la riflessione, la stratificazione del vivere e del pensare, raggiunge una sintesi nell’atto artistico.

Inedite e realizzate per questo progetto espositivo in torre, specifiche per questo luogo, sono le tavole di “Stratificazioni di visioni”. Sono, di fatto, la sintesi visiva di questo pensiero.

I singoli disegni sono sovrapposti, le figure appena percepibili, difficilmente distinguibili, costituiscono le quattro immagini di fusione astratta.

Anche la torre che ci ospita ha subito lo stesso tipo di percorso, una evoluzione a strati sovrapposti, distinguibile solo da un occhio attento o da chi ne conosce la sequenza della storia, da chi ne sa interpretare i segni dell’evoluzione architettonica apportati alla struttura originaria.

“Stratificazioni di visioni”
Descrizione:
Serie di quattro disegni. Polvere di pigmento su legno. Dimensione: 30×30 cm ogni disegno. 2021.

Le opere in cornici acriliche e quelle realizzata su tessuto di organza, occupano le aree del soppalco, entrambe ci riportano al gioco della percezione visiva, sempre osservate attraverso il concetto della stratificazione.  Materiali differenti che, grazie l’osservazione del disegno attraverso le trasparenze proposte dai materiali, illudono in una visione che si sovrappone al segno e al carattere degli spazi dove le opere sono collocate.

Interferenze, sovrapposizioni, dialoghi visivi, collaborazione tra immagini, costruiscono un percorso percettivo in equilibrio tra reale e percepito, l’opera si fonde con le mura della torre e le variazioni di luce offerte dai raggi che le mura penetrano attraverso le poche fonti di luce naturale.

È così che le opere, non necessariamente realizzate per questo specifico luogo, si trasformano in una installazione site-specific per gli spazi della torre campanaria, costruendo un nuovo e differente racconto visivo.

“Luoghi rispecchiati” è l’ultimo atto di questo racconto, non ne è la fine; tratta specificamente del ricordo, di quel montaggio di frazioni di immagini che lo costruisce. L’osservazione d’insieme o delle singole parti agisce sulle nostre emozioni personali, riporta in evidenza a livello emotivo, le nostre personali esperienze, rinnovando il ricordo sopito, attraverso le immagini.

Il “Taccuino esploso” conclude il percorso, un processo inverso, questa volta di esplosione del racconto, conduce ad una stratificazione personalizzata dal fruitore.

È qui che si realizza, che prende vita un nuovo racconto, differente e personale per ogni visitatore che conclude qui la sua visita, ma rinnova e arricchisce l’esperienza emotiva che costruisce il percorso del vivere quotidiano.

Antonella Bosio

“In controluce: la distanza dal mondo”Descrizione:
Serie di disegni stampati su blocco in cornice acrilica. Nove in totale di dimensioni varie (20×15 cm, 10x10cm, 15x10cm). 2021.

Mauro Valsecchi

Statement (o leggete, se vi va, qualche riga di sproloquio dell’artista)

La mia famiglia mi ha insegnato prestissimo a tenere stretti i ricordi. E ricordare significa in qualche modo anche immaginare, ovvero percepire le cose che ci stanno attorno come continue metamorfosi dei nostri pensieri.

La visione è uno strano processo di percezione della realtà, è sensoriale: perché pare arrivare dall’esterno, nello spazio dei fenomeni, ma poi cambia ed entra in noi cominciando a brulicare, crescere e prendere forma con qualcosa che ci è caro, intimo. Il vedere con gli occhi chiusi, socchiusi, con la coda dell’occhio o tra un rapido battito di ciglia, presuppone qualcos’altro: uno spostamento di rapporti tra la rappresentazione di quello che vediamo e l’affetto di cui si carica ciò che abbiamo visto. Non è la cosa vista che conta, ma all’affetto o il sintomo per cui la cosa vista appare o riappare nel pensiero, intensificata nella forma di un’immagine.

Cosa vedo, cosa sento, cosa provo quando percepisco qualcosa? Se la percezione in sé è un provare e un sentire, come vendo ciò che la percezione mi fa provare? Come smettere di prendere la visione per il meccanico riflesso di una esteriorità già determinata o scontata?

Quello che posso raccontare è la mia meraviglia ogni volta che vedo: perché non vedo più la realtà oggettiva delle cose, ma una realtà ignota intorno a me, colma di cose usuali che sono quelle che sono. Nel “De anima”, Aristotele, chiama in due modi le immagini che sorgono dalla mente: phantasma e phantasia, entrambi dal verbo phaino, ovvero “mostrare”. Sono figurazioni che “si mostrano” in noi come un richiamo a percezioni avute o possibili. Queste immagini nella mente sono una combinazione di ciò che abbiamo percepito attraverso i sensi e ciò che opiniamo con l’intelletto. Infatti, la memoria stessa è un portato dell’immaginazione; dunque immaginazione e memoria non sono separabili. Ricordare vuol dire in qualche modo immaginare la cosa ricordata, ripensarla fantasticamente: che la memoria è della stessa sostanza della fantasia era anche l’idea del filosofo Giambattista Vico. Perciò le visioni sono delle combinazioni tra percezione sensoriale, stratificazione mnemonica e trasformazione immaginativa tramite lo strumento del ricordo.

D’altronde è questa la nostra grazia esistenziale: non poter fare a meno di vedere, sentire, ricordare e immaginare per poi tentare di donare le nostre immagini agli altri; e la mia speranza è che gli strati del mio immaginario possano unirsi di continuo ad altri strati, quelli negli occhi di chi guarda, e così via, fino a ricreare un qualcosa di familiare, di collettivo, per poi disperdersi come lamelle di vento nell’aperto mondo.

M.V.

torre campanaria di Castellaro Lagusello, Monzambano (Mn) photo credit Alice Bernardi

Il percorso espositivo è un racconto, che vi invitiamo a visitare con calma e attenzione, per godere dei dettagli e dei giochi visivi di trasparenze e sovrapposizione di immagini proposti. Un percorso di memoria che induce al ricordo attraverso le esperienze dei dettagli vissuti.

Evento e presentazione a cura di Antonella Bosio

testi critici di Vittorio Raschetti e Benedetta Antonia Salvi

con il patrocinio del comune di Monzambano e Fondazione Città di Monzambano

Inaugurazione venerdì 20 agosto, ore 19.00 (ingresso libero)

Borgo di Castellaro Lagusello, Monzambano (Mn)

Apertura dal 21 agosto al 26 settembre

sabato e domenica dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 18.00

Ingresso € 2.00